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Il Critico Condotto
TRA FALLACI E TERZANI
Oriana Fallaci.

Tiziano Terzani.

Torna su ROSETO.com la rubrica di Simone Gambacorta.

Roseto degli Abruzzi (TE)
Martedμ, 20 Marzo 2012 - Ore 08:30

A dieci anni dalla prima pubblicazione, ripropongo un articolo che firmai per il free press teramano «Edit 2000» (num. 14, 2002). È una breve comparazione tra “La rabbia e l’orgoglio” di Oriana Fallaci e “Lettere contro la guerra” di Tiziano Terzani, due libri che hanno suscitato un acceso dibattito e che hanno fatto il punto su una fase storica fortemente critica e non ancora conclusa. Rispetto alla versione originaria, lo scritto presenta svariati ritocchi. (sim. gam.)
 
 
Due libri di recente pubblicazione contengono opposte riflessioni sull’attentato dell’undici settembre alle Torri Gemelle e le conseguenze che ne sono derivate: “La rabbia e l’orgoglio” di Oriana Fallaci (Rizzoli) e “Lettere contro la guerra” di Tiziano Terzani (Longanesi).
 
Due libri antipodici, che si attestano su posizioni opposte, firmati da due giornalisti italiani noti nel mondo per la loro fama di inviati speciali, ed entrambi da un po’ in esilio volontario: americano per la Fallaci, indiano per Terzani; al centro della contemporaneità l’una, lontano da tutto e tutti l’altro (vive da eremita a tre ore di cammino dal primo luogo abitato).
 
Appena nelle librerie, “La rabbia e l’orgoglio” è andato a ruba e ha sortito un effetto dirompente, persino maggiore dell’articolo apparso sul «Corriere» che lo ha preceduto e che vi è riversato. Ne è scaturito un nubifragio di opinioni che si è abbattuto sui media di ogni ordine e grado, con intellettuali e giornalisti a schierarsi e dire la loro.
 
In effetti quelle della Fallaci sono pagine capaci di provocare un pandemonio. Non solo perché, come avverte il titolo, sono scritte con “Rabbia e orgoglio”, ossia con un impeto avvelenato e imbizzarrito che assume i contorni di un j’accuse spietato; ma anche e in particolar modo per quel che sostengono.
 
Schematicamente, ecco cosa. Uno: gli attentati del settembre 2001 sono stati solo il primo atto di una «crociata al contrario» con cui l’integralismo islamico mira ad annientare l’Occidente. Due: la guerra è l’unica soluzione per sconfiggere il terrorismo, visto e considerato che sembra impossibile qualsiasi forma di dialogo. Tre: l’ostilità verso gli occidentali nasconde un odio sanguinario che va estirpato al più presto. Quattro: data la gravità della situazione, ogni mezzo è lecito per difendersi da un nemico che, più che alle porte, sembra nascondersi in casa.
 
Si tratta, come si vede, di tesi estreme, esposte per di più con una veemenza impressionante. Sono tesi che scuotono, spaventano, inquietano. Chi legge è sopraffatto da quelle pagine violente e terribilmente certe delle proprie ragioni, e a libro chiuso si domanda se nel terremoto causato da quella raffica di pensieri infuocati, e sparati come in preda a un’isteria giustizialista, sia riconoscibile la sensibilità che regalò al mondo “Lettera a un bambino mai nato”.
 
Di tutt’altro tenore le “Lettere” di Terzani, che presentano una scrittura dal timbro ovattato, piana e scorrevole, e nella quale si indovinano i sostrati della meditazione e della solitudine. Una scrittura davvero differente da quella della “collega”, paurosamente simile a un fiume in piena che rompe argini e fa vortici, che travolge e spinge contro un fondale di cupezza e tragedia, di lotta e di attacco.
 
Ma vediamo che cosa dicono queste “Lettere”: ferma restando la condanna della violenza, la sola via percorribile per scongiurare i rischi di nuove sciagure è quella della comprensione e del dialogo. Bisogna compiere uno sforzo per conoscere e studiare le cause del terrorismo da una prospettiva non soltanto occidentale, una propsettiva, cioè, che consideri col debito rispetto gli aspetti storici e religiosi della realtà socio-culturale islamica. Abbiamo insomma il dovere di penetrare la cultura islamica nella sua complessità, per capire quale percezione questa abbia dell’Occidente e per gettare le basi della convivenza pacifica e della reciproca comprensione.
 
C’è tuttavia un “però” che invita a un esame di coscienza e che mette sotto accusa la politica estera americana: secondo le “Lettere”, il terrorismo, pur barbaro ed esecrabile, non sarebbe affatto gratuito, e gli attentanti non andrebbero visti come follie inspiegabili, ma come reazioni allo strapotere statunitense, colpevole in Medio Oriente di egemonia militare, imperalismo e collusione con dittatori e guerrafondai.
 
Da qui la necessità dell’Occidente di riconoscere le proprie colpe senza barricarsi dietro un fanatismo inverso. Perciò la guerra che l’America ha dichiarato somiglia più a un falso rimedio che a un farmaco curativo, e anche qualora curasse il malato, non lo guarirebbe. Nessuno stupisca, allora, se in queste “Lettere” la tragedia dell’undici settembre viene considerata come una «buona occasione per ripensare il mondo».
 
Simone Gambacorta
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