Se è vero, come è stato detto, che il governo Monti, nato nell’emergenza poco più di un anno fa, poteva rappresentare l’inizio della fine della transizione (ormai ventennale) italiana, nel giorno dell’inedito re insediamento del Presidente Napolitano alla suprema carica della nostra travagliata Repubblica, possiamo affermare senza tema di smentita che la missione è fallita.
L’incapacità ventennale delle forze politiche di trovare un accordo minimo su alcune riforme istituzionali, a parole condivise da tutti, unite ad una legge elettorale usata in modo pessimo dai partiti, ha condotto le istituzioni del nostro Paese al vicolo cieco di questi giorni. Ad onor del vero, la situazione strettamente contingente è stata portata ad un punto di non ritorno dalla miopia della classe dirigente del Partito Democratico, squassata da contrasti culturali e personali al propri interno, completamente incapace di dare una lettura obiettiva al voto politico di febbraio.
Il corto circuito di questi mesi tuttavia, culminato con l’incapacità di formare un nuovo governo e perfino di eleggere un Presidente della Repubblica, è responsabilità comune. Nasce da vent’anni di riforme realizzate in centinaia di pagine di giornali e di atti di convegni ma mai scritte nella nostra Carta Costituzionale. Quello che è diventato il rosario delle riforme da fare (abolizione delle provincie, fine del bicameralismo perfetto, riduzione dei parlamentari solo per elencare le più trite) è stato così pervicacemente declamato che la loro effettiva (ed utilissima sia chiaro) realizzazione potrebbe per assurdo non rappresentare un elemento di novità nella percezione comune.
La nostra architettura istituzionale, datata 1948, è stata tarata dai nostri padri costituenti sull’Italia di allora: un Paese che usciva distrutto materialmente dalla guerra e da venti anni di dittatura fascista. Il mondo da allora è andato avanti, la nostra architettura istituzionale, no. Il risultato, emerso in tutta la sua drammaticità in questi giorni, è che il dibattito politico nel Paese e la realtà delle istituzioni sono diventati binari paralleli. Mi spiego con un esempio. Per mesi il dibattito politico è stato dominato dall’istituto delle elezioni primarie nei singoli partiti (celebrate tra le polemiche da alcuni, un nulla di fatto per altri), trascurando completamente che si discuteva di nominare un candidato premier quando questa figura non è prevista dalla nostra Costituzione. Il cortocircuito creato dall’aver delegato la scelta del premier direttamente ai cittadini e l’impossibilità di tener fede a questa “promessa” (non c’è nessun premier da eleggere in Italia bensì eleggere parlamentari che dovranno sostenere un governo), cortocircuito determinato anche dalla non definitività del risultato elettorale, ha condotto all’implosione il Partito Democratico, vincitore nominale del voto.
Un altro motivo che ha determinato lo stallo politico in cui l’Italia si trova è uno schizofrenico modo di intendere il rinnovamento della politica che ormai viene richiesto da tutta la società civile. Passare da un Parlamento di uomini politici che (bene o male, non è qui in discussione il merito) ha vissuto molti anni nelle istituzioni ad uno formato in larga parte da parlamentari di prima nomina (oltre che a quelli facenti parte di un movimento che ha la sua ragion d’esser nell’auspicata “rivoluzione” dei modi e dei tempi politici), fatti eleggere più per sedurre l’opinione pubblica che per reale convinzione, ha determinato un ulteriore abbassamento della capacità di prendere decisioni, anche impopolari, nella nostra classe parlamentare (che già negli ultimi anni non brillava ad onor del vero quanto ad autonomia intellettuale) che si è resa evidente nella mancanza di tenuta nel gruppo parlamentare del Partito Democratico (anche in questo caso massimo catalizzatore delle criticità del sistema), che lo ha reso incapace di farsi propugnatore attivo di quelle scelte politiche che, infine, è stato costretto a subire.
In queste ore, dopo che il Presidente Napolitano con grande senso dello Stato ha accettato di rimanere al suo posto al Quirinale (divenendo di fatto vero e proprio dominus dell’agenda politica), si sta rapidamente giungendo ad un governo di larghe intese, unica soluzione possibile in un Parlamento senza chiare maggioranze politiche.
Il semplice fatto che nei prossimi giorni si formerà un governo con l’unica formula politica evidente dal giorno dopo le elezioni, se potrà dare qualche risposta alla crisi economica e sociale italiana (cosa di cui dubito) non contribuirà certo a risolvere alcuno dei problemi sopra tratteggiati. Servirebbe uno scatto di orgoglio (o per meglio dire, di dignità) da parte delle forze politiche che, con responsabilità diverse, ci hanno condotto a questo punto. Per rendere ciò possibile dovrebbero recuperare il loro naturale ruolo di sintesi e guida delle istanze provenienti dalla loro base, senza esser più succubi di essa.
Il necessario rinnovamento del personale politico potrebbe esser fatto attingendo all’enorme patrimonio che le stesse forze politiche hanno (ma non se ne danno cura) nei loro amministratori locali, a tutti i livelli. Persone a contatto con i problemi della gente, abituati a rispondere delle loro scelte di governo in prima persona e ostacolate spesso dalle scelte politiche che vengono dalla (troppo distante capitale). Gli antichi Romani gente pratica, che esercitò per secoli un governo assoluto su gran parte d’Europa, per selezionare la propria classe dirigente diede vita al rigoroso (almeno nell’età aurea repubblicana) cursus honorum delle magistrature pubbliche. Anche oggi selezionare i nostri parlamentari secondo criteri rigorosi (anche stabiliti per legge) di conoscenza sul campo dell’amministrazione della cosa pubblica contribuirebbe di certo a riportare il dibattito pubblico fuori dalle beghe interne ai Palazzi romani.
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