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Roseto degli Abruzzi (TE)
Domenica, 14 Febbraio 2010 - Ore 17:30

“Non ho mai visto il mestiere di medico come una missione. È un mestiere come un altro. E io non sono un eroe”. Si schernisce Giampiero Porzio, oncologo e fondatore dell'associazione Aquila per la Vita, per la quale ieri sera a Roseto sono stati raccolti fondi durante Sport per la Vita.

Onlus nata nel 2004, L'Aquila per la Vita assiste, nelle loro case, i malati di cancro e le loro famiglie. Una storia già bella se solo ci fermassimo qui, con un gruppo di volenterosi medici che ogni giorno vanno nelle case per aiutare persone costrette ad attraversare uno dei dolori più tremendi che possano esistere.

Ma a renderla del tutto particolare, in un'Italia fatta di starlette e di guadagni facili, è il fatto che Porzio, a ventidue anni, nonostante fosse stato il più giovane allenatore di basket del Roseto, nonostante avesse ricevuto offerte da alcune squadre italiane, decise di cambiare mestiere. Di rimettersi sui libri e di diventare medico.

Rosetano doc, ma con un accento ormai aquilano, allenatore di basket ieri, oggi oncologo.

“È che io ogni tanto sento il bisogno di cambiare”, dice Porzio. Difficile negarlo, ascoltando la sua storia. Nel 1976, il giorno prima che compisse 21 anni, fu chiamato ad allenare il team del Roseto basket. In serie B. “Ma la B quella vera”, sottolinea.

Personalità schietta e sanguigna, che nel corso di una chiacchierata piena di “non lo scrivere questo, eh” parlerà di politici incompetenti, di sprechi nella sanità abruzzese, e di scelte umane che piegano le ginocchia. Due anni di basket. “Poi mi chiamarono grandi squadre, ma provai a rimettermi sui libri. Il mio sogno era allenare il Roseto, e l'avevo realizzato”. Lineare. Quanto ti offrirono? “In denaro di allora, più di quanto guadagno oggi”. Lineare.

Specializzazione in ginecologia dopo la laurea in Medicina, poi nel tempo la scelta di oncologia, e di aiutare le persone, non solo i pazienti. “Mi accorsi che curare un cancro non significava solo vedere quanto era grande una metastasi, ma andare incontro all'ansia e alla paura dei malati”.

E allora la specializzazione ulteriore verso le cure palliative, cioè aiutare chi davanti a sé non ha più il diritto ad avere un futuro. E poi aiutare le persone intorno al malato, perchè il cancro “è anche una malattia della famiglia, che è costretta a cambiare i programmi, le abitudini, modo di vivere”. E poi, di fronte a una sanità pubblica che è quella che è nonostante costi all'Abruzzo miliardi di euro, la decisione di fondare un'associazione, che assiste i malati a casa.

Scelte che Porzio snocciola così, come fossero la cosa più naturale del mondo. Come qualcosa che andava fatta perchè è normale che un ventenne destinato ai riflettori dello sport nazionale a un certo punto debba voler aiutare chi non è aiutato da nessuno.

Il suo centro per le cure palliative ha ricevuto per ben due volte la certificazione europea. Solo altri tre centri in Italia hanno ricevuto lo stesso riconoscimento. Nessuno ha fatto meglio. Poi Aquila per la Vita, che sopravvive con donazioni, con due oncologi, uno psicologo (pagato da una borsa di studio messa a disposizione del coach Ettore Messina, che di cancro ha perso il fratello Attilio), e un neurologo, che girano con tre Smart per curare i malati.

24 i pazienti oggi assistiti. “L'obiettivo finale – dice – è costruire un centro all'Aquila per gli studi delle cure domiciliari, che oggi non esiste né in Italia né in Europa”. Gli incassi di Sport per la Vita un po' aiuteranno.

“Con 305 mila euro abbiamo pagato i contratti di tredici oncologi. Carino, eh?”, dice con una punta di orgoglio pensando alle cifre pazze della sanità pubblica. “Scrivilo, questo. E scrivi anche che con Bucci ho fatto due a due. Mi raccomando”.

Leggasi Alberto Bucci, pluripremiato allenatore di basket, già coach della Nazionale, vincitore di scudetti. “A venti anni, due le ho vinte io e due lui”.

Personalità schietta, sanguigna, e rosetano doc, si diceva.
Alessandro Consalvi
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